La rivoluzione stanca

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"La rivoluzione stanca"

La scelta di titolare questo numero di Dromo La rivoluzione stanca non lascia dubbi.
Esprime la percezione un poco dolorosa dello spegnersi delle passioni e degli ottimismi di chi, ancorché non uso a credere ai fasti delle “magnifiche sorti e progressive”, ha coltivato la convinzione che il secolo breve avesse conosciuto grandi e radicali trasformazioni nell’ambito della salute mentale.
Un secolo scosso, sin dai suoi primi anni, da quello che appariva come lo sguardo più acuto e novatore sui processi dell’accadere psichico.
Sigmund Freud ha tracciato la via per accedere alle forze pulsionali della psiche, creando in tal modo la possibilità di scoprire come sono nate e si sono sviluppate alcune istituzioni della nostra civiltà, al fine di poterne curare almeno in parte i malanni” (dalla motivazione del Premio Goethe conferito a Sigmund Freud il 18 agosto 1930, cit. in Corpo, linguaggio e psicoanalisi, a cura di Cimatti, Lucchetti, p. 51, Quodlibet 2013).
Freud non ha scoperto l’inconscio, come ci dice Ellenberger, ma certo ne ha fatto il centro di una attività clinica e di ricerca teorica che ha avuto il pregio di trasformare il lessico e il pensiero sull’essere umano abituandoci alla dolorosa tensione tra principio di piacere e principio di realtà, tra Io e Super-Io, tra Io e Es, tra conscio e inconscio. Così, l’espressione: “l’Io non è più padrone in casa sua” è divenuta il paradigma del quarto e più decisivo declassamento dell’essere umano. Galileo, Marx, Darwin, ognuno di loro aveva contribuito a ricollocare l’uomo nella sua infinita piccolezza nella storia del mondo e dell’universo. Freud l’ha mostrato sprovvisto di quel logos di cui l’umanità mena, con forse poche ragioni, vanto. L’uomo non governa se stesso, non è affatto un animale razionale, come hanno saputo, da sempre, tutti, ma una sorta di pietosa bugia, come quella della nudità dell’imperatore, copriva la miseria di un uomo rimasto, nel fondo, lo stesso  iracondo, intemperante, bizzoso, eroe omerico senza mai accedere alla pietas e alla ragionevolezza di Enea. La lettura eliotiana ancorché affascinante non coglie la lealtà,  la Buona Novella cristiana non ha trasformato la natura umana. E tuttavia, come vuole ogni buon script, se da una parte si racconta di come l’uomo da signore dell’universo divenga una delle milioni di specie animali che popola un minuscolo pianeta (concetto peraltroben noto a Pascal), la cui breve storia, lunga, nel tempo  infinito dell’universo, come un battito di ciglia di una divinità assonnata, è frutto dei medesimi meccanismi selettivi che agiscono sulle più semplici forme di vita, dall’altra si narra di come quel misero insignificante abitante di uno dei pianeti del Sole, come in un film di pessima fantascienza, si sia impossessato del mondo e lo pieghi ai suoi meschini e confusi voleri, ovvero di come ci si trovi nell’antropocene.

E così, gli epigoni di Freud, nella cui schiera mi iscrivo, osservano con costernazione  che la lectio del maestro viennese non ha migliorato di un’acca la capacità dell’uomo di controllare le parti basse del suo essere né è servita, anche se era scontato che non  avrebbe dato la felicità, a placare un poco l’hiflosigkeit originaria, oppure a meglio gestire il disagio della civiltà.

Quanti hanno invece sperato nell’illusione, anch’essa freudiana, peraltro, che la  neurobiologia avrebbe soppiantato la psicoanalisi, si sono, a loro volta, trovati sgomenti a constatare che anche la chimica conosce i suoi dolori quando di tratta di garantire la felicità all’essere infelice per natura, e in aggiunta che parte dello spazio lasciato vuoto dalla psicoanalisi, dopo i tempi eroici dei suoi trionfi, è stato riempito da una miriade di pratiche certamente meno rigorose. 
La psicofarmacologia si è scontrata con la complessità di un cervello che, anche  quando pare non funzionare molto bene, mostra una straordinaria complessità, e  trasferire le pur interessantissime evidenze sul funzionamento dei circuiti cerebrali,  sulle fantastiche funzioni dell’amigdala, sul gioco complesso e miracoloso dei neurotrasmettitori, alla clinica e al trattamento è operazione che oggi appare al limite dell’impossibile.
Sfortunatamente anche le molecole più promettenti alla lunga si arrendono alla tetragona volontà di sofferenza dell’essere umano. Forse il corpo, ovvero quel meraviglioso meccanismo sopra descritto, e che mostra straordinarie capacità plastiche e incredibili potenzialità, è capace, come vietcong sotto il napalm  americano, di resistere alla volontà della chimica di trasformarlo in un essere felice: può soccombere, lobotomizzarsi, rallentare il suo pensiero, ingrassare cinquanta chili, muoversi come un automa, ma divenire felice no, non ne vuol sapere. Anche la recente ricerca psicofarmacologica così, per ora, non è andata molto lontano rispetto a quello che già si sapeva: alcol, hashish, mescalina, oppio, insomma la chimica,  hanno aiutato l’uomo da millenni, gli hanno dato e gli danno momenti di gioia o serenità, ma rendere l’uomo saggio, assennato e forse felice è obiettivo troppo ambizioso; d’altronde anche se, per caso, lo si raggiungesse, ci penserebbero poi gli dei a rimettere le cose in ordine. 

So bene quanto ci si accapigli tra umanisti e scienziati duri, mi si consenta la semplificazione, ovvero tra chi contrappone mente a cervello, tra coloro che guardano con grande sospetto chi pretende di governare la chimica del cervello come fosse l’insulina nel diabetico, e chi ritiene che non si capisce perché dovrebbe esservi  differenza tra il mal funzionamento delle isole di Langherans e i meccanismi patogeni della schizofrenia. 
Per alcuni la mente non è e non deve essere ridotta a cervello; per altri questo appare
come il residuo di uno spiritualismo che crede ancora che l’anima si collochi nella  ghiandola pituitara. L’utopia, forse non così lontana, a sentire alcuni, di un mondo in cui sarà possibile eleminare i ricordi dolorosi come ci si libera di un fastidioso callo ai piedi, sarebbe distopia: corrisponderebbe alla completa perdita della libertà, dell’individualità, della ricchezza affascinante delle sfumature dell’animo umano. Insomma meglio doloranti e pensanti che atarassici, o persino felici, e performanti  come un computer. Ma questa posizione degli umanisti apparirebbe un poco come quella del nevrotico che non vuole guarire e che è così adeso alla sua sofferenza, la percepisce talmente come parte, chissà, forse nobile, di sé che non vuole disfarsene. In effetti, nel percepire il terrore che coglie alcuni quando sono posti di fronte alla  possibilità che il dolore dell’umanità scompaia, grazie, magari, a un potente vaccino, ci si chiede se la valle di lacrime non sia, alla fine, l’habitat ideale per l’essere umano. Sappiamo che teorie simili non hanno trovato posto solo nel pensiero religioso: credo che molti siano d’accordo nel riconoscere una lunghissima tradizione di pensiero che
è completamente affascinata dalla follia. Follia e creatività, follia e trasgressione, follia e rivoluzione. Una società “normalizzata”, cioè desalinizzata dalla follia appare, invero, triste. Si potrebbe obiettare che la relazione tra follia e creatività, trasgressione, rivoluzione, possa essere del tutto arbitraria.

Argomento così complesso e dibattuto che non può essere affrontato in così poco spazio e che condurrebbe negli scivolosi sentieri, di cui la storia degli ospedali  psichiatrici giudiziari e delle Rems offre una perspicua prospettiva, del complesso rapporto tra legge, costruzioni sociali, potere, e controllo psichiatrico. Si potrebbe forse anche invertire l’ordine del pensiero: prima la creatività e poi la follia; prima la trasgressione e poi la follia; prima la rivoluzione e poi la follia. Ovvero uno degli esiti di queste traiettorie è la sconfitta nel dolore, nella follia o nel controllo psichiatrico che sorveglia e punisce. E tuttavia anche in questo caso la follia merita il rispetto che si deve a chi ha lottato e perduto. Si può anche tentare di separare il grumo di dolore e disperazione della follia da creatività, trasgressione, rivoluzione, ma forse anche  questa è una strada insoddisfacente. 
Il vero problema è che abbiamo evitato, sin qui, di dire cosa sia follia e cosa sia salute mentale. 
Compito troppo arduo e, tuttavia, non potevo sottrarmi almeno dal ricordare la difficoltà delle scienze psichiatriche e psicologiche nel dire cosa sia salute o cosa sia patologia (e ben lo si è visto nell’evoluzione del pensiero clinico sul tema dell’orientamento sessuale); e dal mostrare questa prossimità tra la follia e ciò che  rende la vita degna di essere vissuta (chissà cosa voglia dire questa frase, ma è  imperativo a cui non si sfugge), ovvero a quanto non coincide con la normatività, la chiacchiera, l’inautenticità (uso questa parola con grande cautela): e ciò rende  difficile sbarazzarsi della follia. E tuttavia ben sappiamo quanto necessario sia il non  arrendersi a essa, e quanto poco rispettoso del dolore e della sofferenza di Van Gogh o Artaud sia il cantarne la funzione creatrice dimenticando l’inferno di quelle vite. 

Giungiamo, così, all’ultima grande rivoluzione: la più politica, la più radicale e forse  quindi la più stanca. Quella basagliana.
Ognuno ha il suo Freud, il suo Lacan, io penso di avere il mio Basaglia
Credo di averlo capito, o forse frainteso, tardi.
La follia non è una cosa di pochi e non è una cosa per pochi. La follia, quando è una cosa di pochi e per pochi, è esclusione e sopraffazione.
La follia è scomoda e deve esserlo. La follia è un destino della collettività e non del singolo, quindi la collettività porti la sua croce.
Questa rivoluzione radicale ha fatto molto: oggi anch’essa sconta la sua stanchezza. I pochi non hanno ceduto il loro potere e tentano, non tutti, beninteso, di rimettere le  cose “in ordine”. La strada è ancora lunga. E tuttavia vorrei concludere le riflessioni  intorno a questo numero, nate prima che i contributi dei diversi autori giungessero, e  poi consolidata attraverso la loro lettura, con un’ultima considerazione. La seconda metà del Novecento è stata il tempo dei movimenti dei diritti civili: quelle lotte, rivendicando i diritti delle minoranze, e finalmente provando a scardinare intollerabili forme di violenza, sopruso, razzismo, hanno posto le basi anche per quel relativismo culturale che ha contribuito a rendere debole il nostro pensiero, esitante il passo prima ardimentoso dei rivoluzionari, e a lasciarci in gran parte stanchi. E  tuttavia mi pare che un dato si erga forte e solido: la dignità dei pazienti, soprattutto  psichiatrici, e cioè la dignità dell’essere umano, non può essere mai conculcata. Ciò  che viene raccontato in queste pagine, così, non è più l’orgogliosa favola bella della  scienza che cura, ma il cauto incedere di fronte alla sofferenza nel tentativo che la  cura non si faccia sopruso e sopraffazione. 

Il nuovo numero della rivista, aperta alle migliori collaborazioni di settore e in rapporto costante con i vari Ordini professionali della cura, si intitola “La rivoluzione stanca” ed è dedicata alla salute mentale con i contributi di Marco D’Alema, Nerina Dirindin e molti altri professionisti. 

Il numero, sarà disponibile in free download sul sito della rivista, www.dromorivista.it.