19/11/2018

“I dolori del giovane Hans, oggi. L’adolescente, la madre, forse il padre”

Arturo Casoni

“I dolori del giovane Hans, oggi L’adolescente, la madre, forse il padre”

L’allusione goethiana nel titolo vuole portare a una riflessione su ciò che caratterizza specificatamente il disagio dei giovani contemporanei. L’adolescenza come “epoca delle passioni tristi[1] ci fa riflettere su ciò che era la giovinezza e i suoi turbamenti nei tempi passati e su ciò che è oggi, in questa epoca di crisi della modernità.

Cosa è che connette il Werther al piccolo Hans freudiano dei primi del ‘900 e cosa resta di essi nell’adolescente contemporaneo?

I ‘nuovi adolescenti’ sono stati il tema del convegno del 2007, dal titolo Adolescenza liquida. La loro supposta liquidità, si diceva, può essere letta come crisi dei ‘contenitori’ psico-socio-affettivi (holding) che hanno modificato – o mancato? – la loro funzione.

Se da un lato gli adolescenti contemporanei manifestano caratteristiche che hanno fatto parlare alcuni tra i relatori di un cambiamento in atto dei meccanismi di costituzione delle identità, dall’altro si è riconosciuta una radice di continuità con le generazioni precedenti. Come dire che i ‘nuovi adolescenti’ hanno soltanto accelerato i segnali di trasformazione in atto nella società e nella cultura, rendendoli macroscopici e – come è nello stile di sempre degli adolescenti – manifestandoli in modo provocatorio e talvolta estremo.

Essi sono quindi, in questo senso, i ‘segnalatori’ dei fenomeni già presenti nella società con un certo anticipo rispetto alle altre categorie sociali o di età. Sono lo specchio attuale, talvolta drammatico, della realtà che è già in atto, ma che non appare con la stessa evidenza nei comportamenti dei soggetti con un’età maggiore o minore.

Quindi, gli adolescenti contemporanei ci possono insegnare qualcosa su ciò che riguarda la società in toto. E sul funzionamento delle loro famiglie e dei loro genitori in particolare – sulle loro prassi educative, i loro ruoli, le loro ‘imago’ -, su come loro stessi si rappresentano e sono rappresentati dai figli.

Uno dei punti di arrivo/partenza della riflessione a proposito di adolescenza liquida è stato appunto il connettere gli aspetti di novità che emergono dalle soggettività dei “nuovi adolescenti” a ciò che è considerabile la radice psico-affettiva fondamentale: la famiglia. In particolare per ciò che riguarda gli elementi di trasformazione dei ruoli genitoriali nelle famiglie contemporanee. Se ha un significato quindi parlare di novità in senso sociale e culturale riguardo all’adolescenza, secondo questa linea di pensiero la ricerca di continuità causativa ci deve portare a parlare di ‘nuove famiglie’ e di ‘nuove costellazioni genitoriali’.

Di questo ci si vuole occupare, partendo da un punto specifico – uno dei tanti possibili – ovvero la descrizione che la psicoanalisi ha dato, da Freud ad oggi, di ciò che accade all’interno della coppia generativa/genitoriale o dei caregiver.

Di fatto la teorizzazione dello sviluppo psico-sessuale da parte di Freud – la Sexualtheorieha influenzato tutte le osservazioni che sono seguite, creando semplicemente una scansione tra quelle che ne riconoscevano la derivazione e quelle che fingevano di ignorarla. Il Complesso di Edipo è forse il termine della psicoanalisi che più degli altri è entrato nel lessico quotidiano di ogni persona che appartenga alla cultura occidentale. Ciò è segno di quanto questa teorizzazione sia entrata nel DNA della nostra cultura (Inconscio Sociale), influenzandone la struttura e gli orientamenti.

L’opinione che determina la spinta ad affrontare quest’area vastissima, complessa, piena di rischi di banalizzazione o di errore, è la convinzione che un compito imprescindibile delle ‘scienze psi’ non sia soltanto quello di occuparsi del singolo soggetto sofferente ma di indurre la società a riflettere su se stessa, sugli elementi che aggravano o addirittura determinano i disagi e le psicopatologie.

In quest’ambito il ruolo specifico della psicoanalisi, in quanto teoria che ha inaugurato attraverso il suo padre fondativo il compito inevitabile di una visione d’insieme della società civile – di una weltanshauung – non può esimersi dal mettersi in gioco. E’ di disagi della civiltà che bisogna occuparsi, anche.

E’ nostro augurio che la riflessione che scaturirà da queste esplorazioni non assuma un’impostazione tecnicistica, da addetti ai lavori, bensì di riflessione sul ‘discorso’ psicoanalitico – nel segno indicato da Foucault, di storia del pensiero psicoanalitico e dell’effetto che ha prodotto sulla società -, che descriva l’evoluzione dei ruoli genitoriali e ne evidenzi gli effetti sull’identità psico-affettiva del soggetto generato: il figlio contemporaneo.

Per fortuna siamo accompagnati, in questo territorio da esplorare, da ottimi compagni di viaggio, come ad esempio J. Derrida e E. Roudinesco. “Famiglie disordinate”, così le definiscono gli autori in “Quale domani?”, un libro-dialogo sul presente/futuro del quale la psicoanalisi dovrebbe cogliere il senso. Derrida, nel testo citato, afferma: “mi domando prima di tutto in che modo (e se) il modello familiare – punto di riferimento imprescindibile e fondante per la teoria psicoanalitica – sarà in grado, trasformandosi, di trasformare a sua volta la psicoanalisi. Per Freud e per i suoi successori, compreso Lacan, la teoria edipica presuppone un modello fisso: l’identità stabile del padre e della madre. E in particolare l’identità di una madre ritenuta insostituibile (…) A un certo punto sarà l’approccio psicoanalitico tipico di questa cultura che dovrà essere caratterizzato da quel movimento stesso che mette in crisi il modello familiare. Questo mutamento della psicoanalisi dovrebbe d’altronde corrispondere a ciò che essa stessa considera come la propria missione essenziale: prendersi cura innanzitutto di ciò che, direttamente o no, riguarda il modello familiare e le sue norme. La psicoanalisi ha voluto sempre essere una psicoanalisi delle famiglie”[2].

Interrogare di nuovo Sigmund Freud e la teoria psicoanalitica, metter mano al complesso di Edipo, è operazione rischiosa, da compiere con estrema cautela, ma è allo stesso tempo azione necessaria se si vuole dare nuova vitalità alla lettera freudiana.

Sandro Gindro scriveva così a proposito del complesso di Edipo: “Sono una conferma della validità dell’intuizione freudiana, assai più di quanto riescano a negarla, gli scritti e i discorsi che tentano di sminuire o confutare l’importanza del significato del complesso di Edipo. La teoria freudiana ha però dei limiti evidenti. Come è raccontata da Freud, la storia di ogni bambino, nell’odio e nell’innamoramento verso la coppia dei genitori, è riferibile ad una realtà estremamente circoscritta. Emblematico non è tanto Edipo quanto il piccolo Hans. Sarebbe forse più giusto sostituire la definizione ‘Complesso di Edipo’ con quella di ‘Complesso di Hans’. Hans è un bambino dell’epoca di Freud, che vive a Vienna, in una famiglia piccolo-borghese: madre e padre tipici, domestici, villeggiature e carrozze. La madre dice quello che dicevano le madri di quella classe sociale all’inizio del ‘900; il padre ha l’atteggiamento dei padri di quell’epoca verso i figli maschi, in una Vienna arabescata dal Secessionismo e serenamente in crisi”. E, più avanti, aggiungeva: “Il desiderio sessuale è, credo, universale, così come la dipendenza del piccolo dell’uomo dall’adulto; perciò finché il mammifero uomo alleverà la prole attraverso il contatto diretto e così stretto con il corpo dell’adulto, i desideri sessuali, innamoramenti e gelosie, se pur seguiranno dinamiche diverse a seconda delle culture e della classe sociale, turberanno e animeranno la vita di ogni bambino. Freud ha iniziato un’indagine apponendovi come simbolo il figlio di Laio e Giocasta; ma il mito di Edipo è molto più articolato e contraddittorio di quanto egli supponesse”[3].

Le famiglie contemporanee     

Da più parti vengono dichiarazioni di cambiamenti in atto nelle famiglie, nei ruoli di madre/padre e nella relazione tra i due genitori/caregivers. La dichiarata ‘eclisse’ del padre, come fenomeno registrato dagli psico-sociologi nelle famiglie contemporanee, chiama gli operatori ‘psi’ ad un affinamento o modificazione dei loro strumenti interpretativi.

Un aspetto messo in evidenza è stato quello di sottolineare che, conseguentemente alla ‘messa in ombra’ paterna, si è concretizzata una maggiore presenza della madre, lasciata sola a gestire la formazione del figlio. Ciò sia per gli aspetti quantitativi dell’assenza paterna – la non durata e continuità della sua presenza – sia per quelli qualitativi – la ‘fluidificazione’ della funzione simbolica paterna -. Questo fenomeno ha modificato inevitabilmente la cognizione psichica e affettiva che i figli hanno dei ruoli e delle funzioni della madre e del padre, delle loro ‘imago’.

Queste trasformazioni quanto possono mettere in discussione lo schema edipico, così come ci è stato descritto da Freud cento anni fa?

Di fatto, nella pratica clinica, gli analisti spesso gestiscono le categorie edipiche in modi e forme che non coincidono completamente con l’esposizione dottrinale a cui fanno riferimento. Ciò è dovuto alla necessità di confrontarsi con i problemi concreti dell’esperienza pratica, che, in qualche modo, diverge dallo schema teorico che dovrebbe presupporre e informare la prassi clinica.

Ad esempio è nostra esperienza frequente – tanto da far pensare ad una ‘normalità’ in senso statistico – trovarci di fronte ad adolescenti che ci descrivono il loro conflitto con l’istanza normativa all’interno della famiglia come rappresentata dalla madre e non dal padre. Così come spesso nei loro racconti il padre è rappresentato come la sponda affettiva, accogliente, permissiva e perfino protettiva nei confronti della normazione materna.

La possibilità di chiudere a corto circuito il ragionamento – attraverso l’affermazione del capovolgimento dei ruoli che però non cambia nulla nella struttura o l’affermazione che i due soggetti genitoriali sono finalmente ‘alla pari’ in quanto due caregivers indifferenziati – è una china pericolosa in quanto non affronta il problema ma lo scarta attraverso una semplificazione dello scenario edipico.

C’è invece bisogno di riflettere sui fondamenti della genitorialità contemporanea, sulla storia del pensiero che li ha descritti e così li ha formalizzati, dando loro dignità. E c’è bisogno di metter mano alle categorie del maschile/femminile, nel rispetto assoluto di un riconoscimento etico di pari diritti e doveri, ma senza infingimenti riguardo alla realtà per come ci si presenta all’osservazione. Noi scegliamo la prospettiva psicoanalitica, sapendo che è una tra le tante.

Ma vediamo cosa è successo nel movimento psicoanalitico – a proposito di triangolazione edipica – dopo Freud. Come tutti sappiamo molte cose sono accadute, molti sono stati i tentativi di riorganizzazione dello scenario teorico, di cambio di prospettiva osservativa.

Il padre e la madre nella psicoanalisi contemporanea

 

Per rappresentare lo scenario psicoanalitico contemporaneo ci sembra utile fare qui sinteticamente riferimento ad un recente lavoro di Massimo Recalcati[4].

L’autore propone una ri-lettura della storia del movimento da Freud in poi, scandita strutturalmente da un bivio fondamentale, che presuppone due modelli epistemologici: evolutivista vs strutturalista. Il primo si fonda su un concetto finalistico-maturativo del soggetto, il secondo sulla subordinazione del soggetto alle leggi strutturali del linguaggio.

Lo sintetizzo rispetto al problema specifico dell’Edipo, dando per scontata la teorizzazione freudiana, che ha inaugurato il percorso teorico. Basti qui accennare al fatto che Freud si è concentrato sulle dinamiche che riguardano il figlio maschio, sulla centralità del legame libidico con la madre, sul ruolo normativo e limitativo del padre che interviene a porre una proibizione all’amore incestuoso, e di conseguenza alla non soluzione di continuità tra complesso edipico e di castrazione. Il padre è quindi per Freud l’istanza che induce il figlio a sottomettere il proprio desiderio ad un limite, a una legge, che diverrà l’organizzatore dell’interazione sociale e civile, oltre che a generare un ‘disagio della civiltà’. Il paradigma esemplificativo al quale si può fare riferimento è il caso clinico del piccolo Hans.

Concentriamoci ora sul dopo-Freud. Vedremo che di fatto Recalcati crea due classi: in una c’è Lacan, nell’altra tutti gli altri autori. In Lacan si mantiene la centralità del padre, negli altri si ridimensiona la centralità dell’Edipo, esaltando il ‘mito’ della madre, soggetto per definizione pre-edipico, che diviene l’Altro-materno.

La seconda classe è definita come concezione “evolutivista” dell’Edipo e, nella prospettiva che io propongo, si caratterizza per la centralità del ruolo materno.  La sintetizzo in modo estremo accennando agli autori che vi sono inclusi.

Per la Psicologia dell’Io (A. Freud, Hartmann, Kriss, Lowenstein) vi è uno stretto rapporto tra condizioni storico-sociali e struttura psichica (le difese dell’Io, la funzione sintetica dell’Io) per cui è centrale il comportamento di realismo dei genitori nell’accudire i figli e farli adattare al contesto civile attraverso la rinuncia alle pulsioni e l’autonomia dell’Io da esse. Visto che è la madre ad occuparsi del figlio, l’Io è indotto prevalentemente dalla madre.

  1. Klein nelle sue esplorazioni sull’Edipo precoce, a partire dai sei mesi, evidenzia una posizione depressiva in quella fase, legata alla perdita del seno. Non il fallo ma il seno è l’oggetto fondamentale. Si inaugura la stagione della centralità del pre-edipico: l’Altro materno è il soggetto centrale sia per il maschio sia per la femmina.
  2. Winnicott sottolinea la centralità della presenza “sufficientemente buona” della madre, in quanto soggetto in grado di rispecchiare il desiderio libidico del figlio e arginare i suoi desideri distruttivi. L’identità del bambino – e la sua salute mentale – si organizzano sulla base di questo fulcro che è la madre.
  3. Bion teorizza la precognizione dell’Edipo prima dell’esperienza genitoriale: la rêverie materna trasforma gli elementi beta (pulsioni disorganizzate) in elementi alfa, in pensiero. E’ il maternage la causa della trasformazione del bambino in soggetto.
  4. Kohut nella sua Psicologia del Sé identifica come centrale la coesione del Sé. Il Sé diviene coeso attraverso due processi: 1. il Sé grandioso-esibizionista prodotto dalla madre fusionale (pre-edipico) 2. il Sé idealizzante prodotto dall’idealizzazione paterna coesiva (quando non è contro-aggressivo). Ma il bambino si costituisce come unità diventando oggetto del desiderio della madre.

 Sull’altro versante, la classe definita dalla concezione “strutturalista” dell’Edipo – e che noi definiamo in base alla centralità del ruolo paterno – troviamo in solitudine Lacan.

  1. Lacan ci parla di centralità della metafora paterna: il “Nome-del-Padre” è la valenza specifica della paternità, non in quanto persona, soggetto reale, ma simbolo/parola. L’Edipo si inaugura quando la madre fa arrivare al figlio la presenza del padre come terzo soggettificato attraverso il suo nome, introducendo il figlio all’ordine simbolico, al linguaggio. L’Edipo è quindi non solo proibizione ma opportunità di accesso all’Altro, presenza di un terzo ente che allarga lo spazio di relazione, risposta dell’inconscio al rapporto di “servaggio erotico” del bimbo nei confronti della madre, al “desiderio della madre eccedente la relazione di maternage”.

 

I caregiver indifferenziati

 

Una collocazione a sé la necessita J. Bowlby, che, con la teorizzazione di un modello etologico-sistemico, non pone priorità specifiche né per il ruolo della madre né per quello del padre, ma che, con il concetto di ‘attaccamento’, identifica schemi di comportamento innati specifici della prima infanzia. Il piccolo dell’uomo è alla ricerca di un oggetto di attaccamento, identificabile come un essere adulto della propria specie dal quale ricevere cure e protezione.

La teoria dell’attaccamento – poiché ‘taglia fuori’ la polemica sulle pulsioni e sulla sessualità e anche perché connotata dalla spinta scientista a collegare la teoria psicoanalitica con la psicologia sperimentale e ‘oggettivabile’ – avrà ampio successo fino ad arrivare alla Psicoanalisi delle relazioni oggettuali (Fairbairn, Greenberg, Mitchell, Eagle, Stern, Fonagy, Sandler).

Se da una parte è intrigante – come si accennava più sopra – la prospettiva di semplificazione e pacificazione che scarta la complessità della differenziazione materno/paterno, dall’altra a noi sembra che tale comportamento teorico ‘di evitamento’ introduca alla negazione del nucleo fondamentale di tutta la teoria freudiana, ovvero la differenziazione maschile/femminile. E’ attorno a questo nucleo teorico che si gioca il futuro della psicoanalisi, e non è utile tentare vie traverse che lo evitino.

La prospettiva psicoanalitica di Sandro Gindro

A conclusione di questo rapidissimo excursus sulla psicoanalisi contemporanea, ci limitiamo a proporre un’analisi di quelli che ci sembrano essere i vari punti di debolezza e, in finale, aggiungeremo alcune osservazioni critiche che scaturiscono dall’insegnamento che ci è venuto da Sandro Gindro, nostro maestro di formazione.

Come si è visto dalla descrizione dello scenario post-freudiano, la gran parte delle concettualizzazioni contemporanee ha prodotto una ‘messa fuori campo’ della funzione del padre riguardo all’organizzazione dell’identità del figlio. Ciò è stato determinato da un’interpretazione parziale della lettera freudiana sull’Edipo, che veniva letta in modo univoco, negando la problematicità – e perfino la contraddittorietà – che il maestro viennese ha consegnato ai suoi successori.

Mantenendo l’attenzione principalmente sul caso del piccolo Hans – caso paradigmatico per eccellenza – proviamo ad identificare schematicamente i punti rimasti ‘in ombra’ dell’Edipo freudiano, rinviando per limiti di spazio l’analisi della letteratura freudiana, testo per testo.

Molto semplicemente:

  1. è uno schema che si riferisce soltanto al figlio maschio, e che, più o meno, viene trasposto sulla femmina. Non a caso Sigmund Freud, sul finire del suo lavoro, ha dichiarato aperta la ‘questione femminile’, rivolgendo ai suoi continuatori la soluzione dell’”enigma femminile”, come lui stesso lo definì. Solo risolvendo questo enigma si potrà dare una definizione del suo complementare, ovvero dell’identità maschile. Se si afferma che “La Donna non ex-iste” – come ha fatto Lacan – si rischia di derivarne che anche il maschio, in qualche modo, non esiste strutturalmente;
  2. è una lettura che comporta un’interpretazione del triangolo edipico soltanto su base eterosessuale, negando l’attrazione erotica del figlio maschio per il padre e della figlia femmina per la madre. Sappiamo tutti che Freud stesso parlava di “bisessualità originaria”, ma questo aspetto non è entrato nelle elaborazioni riguardo all’Edipo. Forse si può dire che i post-freudiani hanno dato meno rilievo a questa complessità di quanto ha fatto Sigmund Freud stesso. Se si adotta questa prospettiva si perde la scansione di ruolo tra il padre solo castratore e la madre solo oggetto erotico.

Queste due semplici e perfino banali osservazioni – banali perché riconosciute diffusamente, ma non adottate concettualmente – decostruiscono buona parte delle teorizzazioni post-freudiane, incluso Lacan. A proposito di Lacan – a cui si riconosce il merito enorme di aver ‘messo mano’ con salde concettualizzazioni alla consegna freudiana, riprendendo il discorso da dove egli lo aveva lasciato, e quindi dandovi continuità – ci viene da rivolgere un’osservazione che scaturisce dalle critiche che gli sono state rivolte dai suoi allievi più o meno ‘lacaniani’.  La domanda riguarda un’evidenza che ha a che fare con la vita psichica prima dei 3-6 anni, prima dell’Edipo, prima dell’accesso pieno al registro linguistico-simbolico. Come è possibile ridurre a pre-simbolico tale epoca della vita? Come negare un accesso all’Altro anche prima di quel tempo? Come negare le esplorazioni di M. Klein sulle fantasie psichiche nel periodo che essa definisce pre-edipico? Vengono quindi alla mente il discorso sugli aspetti limitativi della “svolta linguistica” di Lacan fatto da Laplanche, il concetto di “Io pelle” di Anzieu, la critica di Green riguardo alla scarsa attenzione di Lacan alla vita affettiva non mediata dalla parola.

  

Il “paradiso perduto” della psicoanalisi

In ultimo, un’osservazione critica che, a nostro parere, problematizza uno dei fondamenti dell’edificio teorico della psicoanalisi.

Da Sigmund Freud in avanti le fasi evolutive che caratterizzano l’essere umano dalla nascita in poi hanno inizio da una fase che è definita di “Narcisismo primario”: il soggetto, nelle sue fasi aurorali, è con/chiuso in se stesso, soddisfatto pienamente nel suo auto-erotismo che continua la fase fetale – precedente al parto – supposta essere una condizione di piena “felicità”, in assenza di frustrazioni, in totale isolamento dal mondo esterno. Questa convinzione teorica è stata contraddetta – lungo la storia dell’Ostetricia e grazie all’evoluzione degli strumenti tecnologici di osservazione della vita fetale – da una serie infinita di evidenze scientifiche, ma la psicoanalisi ha continuato a mantenere il suo mito dell’origine in un Eden in cui le frustrazioni e la sofferenza devono essere assenti.

La vita di relazione – lungo le sue fasi ed i suoi drammatici accadimenti nel confronto con un ambiente non sempre gratificante – è stata pensata quindi come una dannazione che prende inizio da un “paradiso perduto”. Viene da domandarsi sul perché di questa scotomizzazione della realtà – di questo diniego – da parte degli psicoanalisti, che non sono disposti a rinunciare a questo mito. Ma non è questo il luogo per tentare ‘interpretazioni’ in questo senso.

Il lavoro pionieristico inaugurato da Melanie Klein in questa direzione (posizione schizo-paranoide e depressiva) aspetta di essere continuato, andando a sondare, tra l’altro, non solo la presenza e il ruolo della madre come ente di interazione fin dalle fasi primordiali.

Sandro Gindro ha dedicato l’ultima parte del suo lavoro alla Psicoanalisi della Gestazione e del Parto, accumulando una serie di osservazioni che contraddicevano questo mito della vita intra-uterina come stadio di assenza di frustrazioni o di sofferenza[5]. Per quello che ci interessa qui, riguardo al tema dell’Edipo e del pre-Edipo, una conseguenza logica va sottolineata. Se si accetta che la relazione madre-figlio non ha nessuna origine “beata”, ma si costituisce da subito come una transazione caratterizzata anche dalla frustrazione, viene a cadere la scansione tra un prima ‘fusionale’ di relazione materna incontaminata e un dopo ‘frustrante’ per intervento di un ente terzo, che sia il padre o la “madre non sufficientemente buona”.

Questo ci sembra uno dei “nodi” mentali della psicoanalisi da sciogliere, per avere accesso ad una comprensione su ciò che accade lungo la vita del soggetto-figlio, in particolare per trovare delle risposte ai cambiamenti in atto nella realtà sociale. In questa prospettiva ‘quel’ complesso di Edipo del piccolo Hans – che mantiene una sua validità ma abbisogna di una maggiore articolazione – può essere letto come riattualizzazione e sessualizzazione fallica di dialettiche di relazione precedenti, tra il bambino molto piccolo che si apre alla vita fin da subito e la realtà, sperimentando gratificazioni e frustrazioni, pienezze e assenze lungo il suo percorso.

L’effetto della teoria psicoanalitica sulla cultura

Le teorie scientifiche e quindi culturali, secondo una lettura costruttivista, non solo tentano di descrivere una realtà nel modo più verosimile possibile – evitiamo di usare il termine ‘oggettivo’ per evidenti motivi – ma costruiscono culturalmente l’oggetto descritto, ne danno una cognizione. Secondo questa prospettiva, quindi, la psicoanalisi sembrerebbe che – in base all’esposizione che qui si è presentata – abbia contribuito a produrre quel fenomeno che chiamiamo “eclissi” paterna.

Ci sono segnali evidenti che vengono dalla realtà sociale, dalle famiglie contemporanee, i quali manifestano con urgenza la necessità di apertura teorica di uno spazio di esistenza e di legittimazione per i ‘nuovi’ padri e le ‘nuove’ madri. Ciò è evidente in particolare a chi, nella stanza d’analisi, dà ascolto alle narrazioni dei soggetti che gli chiedono un’esplicazione del loro sentire riguardo alla loro storia familiare, al loro amore e odio. E ancor più è evidente quando a fare tale richiesta è un adolescente che, con straordinaria lucidità e disorientamento, percepisce un gap tra ciò che sente della sua storia e ciò che i genitori e la loro cultura gli impongono di pensare.

Riprendendo la citazione iniziale di Derrida, la psicoanalisi è chiamata a prendersi cura – attraverso una sua riorganizzazione concettuale – innanzitutto di ciò che riguarda il modello familiare, le sue norme e i suoi affetti. Ci sono attualmente segni di attenzione al ‘recupero’ della funzione paterna e alla riconfigurazione di quella materna, sia in ambito strettamente psicoanalitico sia in aree ad essa vicine, come ad esempio quella sistemico-relazionale. Ci auguriamo che questo processo si sviluppi.


Note:

[1] Cfr.  Benasayag M., Schmit G., L’epoca delle passioni tristi, Feltrinelli 2000

[2]  J. Derrida, E. Roudinesco,  Quale domani?, Bollati Boringhieri 2004

[3] S. Gindro, A Tiresia, Psicoanalisi Contro, 1983

[4] M. Recalcati, Introduzione alla psicoanalisi contemporanea, Bruno Mondadori 2003

[5] S. Gindro, Psicoanalisi della gestazione, Psicoanalisi Contro, n.6,  1992


Bibliografia:

 Benasayag M., Schmit G., L’epoca delle passioni tristi, Feltrinelli 2000

Derrida J., Roudinesco E.,  Quale domani?, Bollati Boringhieri 2004

Gindro S., A Tiresia, Ed. Psicoanalisi Contro, 1983

Gindro S., Psicoanalisi della gestazione, Psicoanalisi Contro, n.6, 1992

Recalcati M., Introduzione alla psicoanalisi contemporanea, Bruno Mondadori 2003

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