10/07/2008

Salvatore Palidda, Mobilità umane. Introduzione alla sociologia delle migrazioni, Raffaello Cortina editore, Milano, 2008, pp. 211, euro 19,50. Dall'introduzione dell'Autore: “La scienza delle migrazioni ha sempre cercato di ridurre le mobilità umane a puro fatto economico e/o demografico, a fenomeno quasi meccanico/idraulico di travaso di flussi di merci (manodopera) di flussi comunicanti. (…) Si nasconde così la prima caratteristica politica insita nel fenomeno, ossia l’atto –spesso inconsapevole – di libertà e di aspirazione all’emancipazione”.

Salvatore Palidda, Mobilità umane. Introduzione alla sociologia delle migrazioni, Raffaello Cortina editore, Milano, 2008, pp. 211, euro 19,50

"La scienza delle migrazioni ha sempre cercato di ridurre le mobilità umane a puro fatto economico e/o demografico, a fenomeno quasi meccanico/idraulico di travaso di flussi di merci (manodopera) di flussi comunicanti. (…) Si nasconde così la prima caratteristica politica insita nel fenomeno, ossia l'atto – spesso inconsapevole – di libertà e di aspirazione all'emancipazione".

Questa citazione tratta dall'introduzione illustra bene l'intenzione di Salvatore Palidda, sociologo da tempo impegnato nello studio delle migrazioni, docente di sociologia della devianza e soci0logia generale presso l'Università di Genova, di rovesciare la definizione corrente di "scienza delle migrazioni" che si vorrebbe "neutra" e fatta da tecnici ed esperti, raccogliendo in questo volume alcuni decenni di ricerche riassunte sotto l'appellativo composto di "mobilità umane". L'autore – attraverso gli strumenti dell'analisi sociologica – legge le attuali politiche di proibizionismo nei confronti dell'emigrazione e dell'immigrazione come una nuova forma di colonialismo, generatore di contraddizioni nuove e paradossali. È il caso ad esempio di alcune regioni dell'Italia meridionale, dove si assiste contemporaneamente ad una fase di emigrazione temporanea anche qualificata e ad una nuova immigrazione straniera, che si confronta con condizioni di lavoro e di vita che ricordano la schiavitù. Le migrazioni viste dunque come fatto sociale totale, nel loro adattamento al sistema neoliberale contemporaneo, che le reinterpreta dando forme nuove allo sfruttamento, che è fonte di ricchezza di alcuni a scapito dei più.

Ecco dunque un testo composito che intende fornire un contributo alla sociologia delle migrazioni viste come lo "studio della trasformazione dell'organizzazione politica della società". In controtendenza con i cosiddetti guru del "diversity management" ma anche con settori della sinistra che hanno visto o continuano a vedere in maniera acritica i migranti come "classe rivoluzionaria" tout court, Palidda si muove in maniera anche spregiudicata, ma sempre rigorosa e dettagliata, tra concetti e analisi che smontano pezzo per pezzo tutti i prodotti peggiori della deriva neorazzista in corso nell'Italia di oggi e nella "Fortezza Europa".

Il primo capitolo è dedicato alla collocazione teorica degli argomenti trattati nelle ricerche affrontate dal libro: "fatto sociale totale", "funzione specchio" e dinamica delle "variazioni di identità" sono per l'autore le "tre principali chiavi di lettura di una teoria delle migrazioni" (p. 20) che deve molto all'opera di Abdelmalek Sayad, compianto sociologo di origine algerina e teorico della "doppia assenza" dell'immigrato. Attraverso questi concetti chiave, è possibile capire le vecchie migrazioni tanto quanto quelle odierne, confutando tra l'altro la vulgata che vuole le migrazioni internazionali contemporanee un fenomeno impossibile da capire se non con strumenti nuovi e adatti all'occasione. Si pensi a tutto quel filone "tecnicista" rivestito di presunta neutralità, dietro il quale si nasconde il meccanismo della riproduzione del consenso di alcuni strati della società, tema che viene affrontato più avanti facendo una critica dura di istituti di ricerca specializzati, cooperative e ONG "professioniste del controllo sociale", adattatesi a gestire Centri di Permanenza Temporanea ed a produrre analisi su come contenere il conflitto cosiddetto "culturale", salvo crearlo ad arte per garantirsi un mercato di intervento assistito dallo Stato.

Come auspicato da John Foot in un documentato ed arguto studio sulla ex capitale morale italiana, dal titolo Milano dopo il miracolo, Palidda dedica il secondo capitolo all'emigrazione italiana, dando risalto alla migrazione come "atto politico nel senso che è, nei fatti, un tentativo di agire liberamente" (p. 21) proprio a quelle caratteristiche "politiche" – nel senso di scelta – che i tradizionali "scienziati delle migrazioni" tendono ad ignorare o a trascurare per spiegare le migrazioni in termini puramente economici e/o demografici: e cita qui la volontà di molti emigranti italiani di liberarsi dall'oppressione mafiosa nel territorio di origine, ad esempio, come fattore importante nella decisione di emigrare e fattore di emancipazione, dando rilievo inoltre al tentativo di controllo sociale che le varie organizzazioni mafiose costruivano o tentavano di costruire anche nei paesi di destinazione.

È però il capitolo sulla gestione neoliberale delle migrazioni che a nostro parere contiene il nocciolo teorico "duro" dell'argomentazione di Palidda: la figura del passeur è fondamentale nell'analisi del mercato in questione, e soprattutto "nei paesi in cui è quasi impossibile ottenere il passaporto, ancora prima del "visto" [per emigrare regolarmente], il costo della migrazione diventa particolarmente alto e quindi suscita l'interesse anche di organizzazioni criminali di una certa importanza" (p. 66). Mentre si moltiplicano le tragedie in mare di cui non arriva che la punta dell'iceberg sulla stampa nostrana, e per lo più in termini sensazionalistici e in funzione di amplificazione dell'allarme da invasione, l'Unione Europea stanzia enormi risorse per combattere l'immigrazione clandestina non toccando – se non sporadicamente e marginalmente – gli organizzatori e profittatori del traffico ma dedicandosi piuttosto a fare quella che l'autore definisce "la guerra umanitaria" agli irregolari e ai richiedenti asilo, addirittura con l'esternalizzazione della repressione demandata a paesi come la Libia, che in cambio ricevono fondi, strutture logistiche e mezzi per il pattugliamento delle coste, per impedire le partenze e per la costruzione di centri di detenzione, nei quali il rispetto per i diritti umani è per lo più ignorato.

Per coloro che riescono – nonostante tutto – ad arrivare in Europa e anche ad inserirsi positivamente, il gioco dell'oca con i documenti non finisce mai: l'operazione di "chirurgia sociale" che separa gli immigrati "buoni" da quelli "cattivi" ha i suoi imprenditori tra gli operatori economici ed i politici, ed è oggi partecipata largamente anche dal semplice cittadino che vive impaurito nelle nostre città, diventando la più efficace maniera di controllarli e tenerli in uno status precario ed inferiore, status che consente di sfruttarli al massimo. Da un punto di vista economico e di politica statale, il caso spagnolo – che Palidda ritiene valido anche per Italia e Grecia – è emblematico delle contraddizioni che investono le mobilità contemporanee: da un lato una produzione caratterizzata da attività economiche instabili, segmentate, discontinue, nella quale l'immigrazione straniera ha trovato un inserimento nel sommerso, nel semi-sommerso e nel regolare; dall'altra uno Stato che ha un'idea dell'integrazione basata sulla società industriale, con la richiesta quindi di lavoro subordinato a tempo indeterminato e di un domicilio fisso per garantire la regolarità del soggiorno, senza il quale si scivola verso l'irregolarità.

A tutto ciò segue – o precede – la criminalizzazione delle migrazioni, trattata nel capitolo quarto, che, attraverso una lettura dei dati statistici improntata al sensazionalismo ed in nome della "guerra al terrorismo" e dell'allarme sicurezza, lascia spazio ad una crescente carcerizzazione dei migranti, ma anche altri tipi di internamenti in Centri di Permanenza Temporanea o Centri per l'identificazione dei richiedenti asilo, che danno l'impressione di voler operare uno "smaltimento di tale eccedente umano, ossia tentativi di superare la prigione e la pena come sono concepite nello stato moderno" (p.121), il tutto mentre i reati risultano essere in calo addirittura a partire dagli anni Ottanta in tutta Europa, inclusa l'Italia.

L'ultimo capitolo è dedicato alla descrizione ed analisi di tre figure definite "rivelatrici" delle migrazioni contemporanee: 1) le donne, sospese tra l'esser "buone" e badanti, ed essere "cattive" cioè prostitute; 2) gli imprenditori e il cosiddetto "ethnic businness", che ad uno sguardo meno superficiale può anche rivelarsi come una forma neoliberale di "supersfruttamento di immigrati della stessa origine a beneficio del loro "notabile" o capo e di chi gli subappalta l'attività" (p. 144); 3) le seconde generazioni, portatrici – secondo la definizione di Sayad – di una "posterità inopportuna", in quanto "con lo smantellamento delle grandi unità produttive e il progressivo smembramento dello stato sociale tradizionale" la presenza dei figli degli immigrati, cresciuti nel paese di adozione dei genitori, specializzati, con aspettative più elevate di quelle dei loro genitori, vedono frustrate le loro aspirazioni nella società in cui sono di fatto cresciuti, spesso l'unica che conoscono, e possono reagire anche con rivolte come accaduto in paesi come la Francia, nel momento in cui non accettino di essere incluse in maniera subalterna come i loro genitori.

Non è possibile prefigurare – e l'autore non la indica – una via d'uscita teorica da questa spirale di proibizionismo e criminalizzazione: soltanto "l'insopprimibile tensione verso la libertà di movimento – accompagnata dall'aspirazione all'emancipazione (…) dalla curiosità e dalla ricerca degli strumenti con cui costruire un altro futuro – (…) riuscirà comunque ad avere la meglio sulle pratiche protezionistiche e proibizionistiche delle èlite dominanti, nonostante gli altissimi costi umani (come la storia insegna)", ma di cui non sembra che si abbia saputo finora far tesoro.

(M. Alessia Montuori)